
Ed ecco l’ultima intervista del progetto Intimi Racconti di Viaggio
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Adriano grazie mille per aver partecipato, siamo curiosissimi di sapere chi sei, dai raccontaci come hai iniziato e se la fotografia è un hobby o fai il fotografo di professione.
Naturalmente è nato come un hobby, ma oramai fotografo da oltre 40 anni e sono 35 che lo faccio anche come professione: “per vivere” faccio il commercialista, “PER VIVERE” faccio il fotografo. Sono, come si dice oggi, un freelance, uno che gira per il mondo per scattare immagini che poi propone ad agenzie, riviste e altro. Realizzo mostre e proiezioni, anche in collaborazione con compagni d’avventura, ma soprattutto “insegno”: tengo corsi di fotografia presso Circoli Fotografici, Scuole, Amministrazioni Pubbliche da quelli base agli avanzati o a quelli tematici; da oltre dieci anni, anche corsi base a avanzati di Photoshop; probabilmente è una “deformazione professionale” visto che nella vita ho fatto per vent’anni anche l’insegnante. Non disdegno foto di matrimonio o cerimonia, ma, visto che non è il “mestiere” che mi serve per vivere, decido io di volta in volta se accettare l’incarico o meno.
Quale messaggio desideri esprimere con le tue fotografie?
Ah, il messaggio! È la parte più difficile di tutta l’arte fotografica, ma anche la più necessaria: una fotografia che non dice niente a nessuno poteva benissimo non essere presentata, esposta, o proiettata o addirittura poteva benissimo non essere nemmeno scattata! Mi piacerebbe che le mie foto esprimessero lo stato d’animo di quel momento, la situazione particolare che stavo vivendo, l’emozione del posto che stavo visitando, la bellezza della montagna che stavo scalando… se chi guarda le immagini riesce a “vedere” con i miei occhi, ad immedesimarsi nell’Adriano che aveva l’occhio nel mirino della macchina fotografica proprio in quel preciso istante, ecco, allora ce l’ho fatta ad esprimermi correttamente, a farmi capire, a comunicare il messaggio che avevo dentro di me…
Quali sono i soggetti che ti attraggono maggiormente in ambito fotografico?
La gente, le diverse etnie del mondo con i loro usi e costumi, la montagna… Quindi soprattutto reportage. Per me, il reportage è l’essenza stessa della fotografia e la fotografia è l’unica forma d’arte “statica” che riesca ad esprimere un accadimento, un fatto. Sono “fotografia” anche le immagini di paesaggio, di ritratto, di still-life, ecc. ma spesso rischiano di scimmiottare la pittura o le altre forme d’arte classiche. Il reportage ha un’anima propria, si può fare solo con la fotografia e, se ben fatto, riesce a trasmettere emozioni e stati d’animo unici. Per questo anche nei “lavori” più normali, come può essere ad esempio un matrimonio, cerco sempre di cogliere delle immagini al volo, dei momenti unici, particolari, irripetibili, che solo con un’adeguata esperienza nel reportage riesci ad individuare o addirittura ad anticipare. Ecco, “l’anticipare” è uno dei punti di forza che riesce a darti l’esperienza nel reportage: riuscire ad intuire un attimo prima il gesto più significativo, il sorriso più spontaneo.
Raccontaci del viaggio in Nepal
, le difficoltà, quanto ci siete stati e chi ha curato organizzazione?
Il viaggio in Nepal di due anni fa è stata la quarta spedizione extraeuropea che ho organizzato insieme ad altri amici (precedentemente eravamo stati sull’Aconcagua la più alta cime del continente americano nelle Ande argentine, sul Kilimanjaro e sull’Ishinca, un ghiacciaio nelle Ande peruviane). Non siamo alpinisti veri e propri (parlo al plurale proprio perché è stata un’esperienza condivisa), ma fotografi appassionati di montagna: quindi raggiungere la cime non è la nostra meta (anche se ci siamo sempre riusciti!), preferiamo il percorso, l’incontro con le persone, il contatto con la natura e… fotografare! Non ci pesa portarci dietro, al collo e nello zaino, una reflex da 1 kg. e mezzo con tre obiettivi! Per noi è importante la qualità dell’immagine e l’impatto emotivo che riuscirà a generare nell’osservatore. Il tragitto per raggiungere la cima del Tharpu Chuli (una cima di 5663 m. della catena dell’Himalaya nel gruppo dell’Annapurna) prevedeva 5 giorni di trekking di avvicinamento al campo base; da lì, poi, in due giorni abbiamo raggiunto la cima: il primo campo a 4350 m e il secondo a 5000. L’esperienza di questi due giorni, fantastici, faticosissimi, stupendi, è in parte raccontata nelle dieci immagini che ho proposto in questo portfolio: l’ultimo strappo, dal secondo campo alla vetta, ci ha visti partire alle 3 di notte per arrivarci alle 11, tenendo presente che eravamo i primi della stagione a calpestare la neve fresca (arrivava a metà coscia) e ad attraversare il ghiacciaio al buio in cordata… Le sensazioni non si possono esprimere, ma solo vivere: forse un po’ di emozione riuscireste a percepirla nella nostra voce quando raccontiamo la nostra esperienza.
Per quanto riguarda l’organizzazione: abbiamo fatto tutto da soli, contattando un’agenzia nepalese attraverso il web che ci ha fornito l’assistenza per il trekking con Bashu Thapalya e la guida alpina Sonam Sherpa. Viaggiamo a basso budget, quindi cerchiamo di contenere al massimo i costi sia dei voli che degli alberghi, ecc.
Che macchina hai usato?
Uso da sempre attrezzatura Nikon, nel caso particolare: una D700 con il 20 mm 2,8 AI, nello zaino c’erano l’85 1,4 e il 35 1,4 sempre AI
I lettori interessati a proporti delle collaborazioni dove possono trovarti?
Potranno contattarmi via mail: info@adrianolocci.it, visitando il mio sito: www.adrianolocci.it. Propongo normalmente corsi nella mia Regione (Friuli), ma capita spesso di “lavorare” anche in altre parti d’Italia. Sul sito c’è la serie delle proiezioni che proponiamo e i corsi che mi vengono richiesti più spesso.
Adriano, ti ringrazio infinitamente per averci regalato questo viaggio!!! Spero di rivederti presto sul blog.